You are here Home Ricercare a due voci Intervento Stefano Salis
There are no translations available.

Marianello Marianelli  

Ho letto più volte il libro di Marianello Marianelli, Ricercare a due voci; che oggi presentiamo e del quale ho l’onore e il gratissimo compito, lo dico subito, di parlarvi.

L’ho letto più volte (e lo continuerò a leggere) per dovere di recensore, certo; per la gradevolezza della scrittura, per la facilità con il quale il libro si lascia leggere. E per curiosità, naturalmente e prima di tutto: visto che parlava, in qualche maniera della mia terra, della nostra isola. E ne parla in maniera del tutto particolare. Anzi, forse... devo ammettere che la prima volta che l’ho letto sono rimasto un poco deluso; perché mi sembrava che ne parlasse addirittura troppo poco o, almeno, non come mi aspettavo io.

Ma da quel momento è iniziato tra me e il libro di Marianelli un continuo e proficuo dialogo. E se vi parlo delle sensazioni e dei ragionamenti che, secondo me, il libro induce, lo faccio con la concreta speranza che di pensieri e considerazioni di questo genere ne nascano molte anche negli altri lettori: lo scopo principale, o uno dei principali, della letteratura (e quindi anche di questo libro) é di non esaurire subito tutte le risposte, ma di sedimentare pian piano nella coscienza dei lettori e di riaffiorare discretamente di tanto in tanto. Marianelli è scrittore troppo esperto e allo stesso tempo così parco, che credo ritenga il continuo dialogo tra il lettore e il suo libro come uno dei premi più gratificanti alla sua fatica.

La struttura del volume è molto semplice. Si tratta di due diari. Il primo è il diario di Marianelli militare, che dal 1943 al 1944 si trova di stanza a S.Antioco e si muove per tutto il basso Sulcis. Eppure, benché oppresso dagli impegni bellici, in questo diario non troviamo nulla di militaresco. Non azioni di battaglia, non eroismi o meschinità da tempo di guerra. Al contrario, tutti i pensieri vanno alla figlia Lia, che egli ha dovuto lasciare in Toscana. Non si sono quasi potuti conoscere e Marianelli deve instaurare allora un rapporto immaginario con questa figlia: ne nasce un diario meditato, un colloquio solitario, sofferto e, non di rado, molto poetico. Scrive, per esempio, da Grotta Canargia alla figlia, con questa bellissima immagine: “Non puoi capire che in te si sazia la mia poca sete di eternità”. E si intuisce che il germe della letteratura, Marianelli lo ha nel sangue (e sarebbe diventato poi illustre studioso di letteratura tedesca). Solo con la letteratura può rimediare la distanza e la assenza fisica della persona, così presente invece nei pensieri. Anzi, è attraverso questo rapporto mediato dalla pagina scritta che si può sublimare il rapporto padre-figlio. Non è un caso che quando tornerà a casa e, finalmente, la rivedrà anche il diario finirà la sua ragion d’essere: Marianelli dirà “addio” a Lia, anziché “bentrovata”. La vita e la letteratura prendono, da quel momento, strade leggermente diverse, anche se parallele.

Accanto a questa assenza della figlia se ne sviluppa un’altra. Il pensiero costante di Lia impedisce a Marianelli quasi di pensare alla guerra e ai luoghi nei quali la vive (e vorrei notare di sfuggita che, comunque, è sempre presente una vena di ottimismo: Marianelli sa che sfuggirà alla guerra...). Scrive il 16 giugno 1944: “Dovrei chiedere scusa a quest’isola, al suo febbricitante paesaggio. Se non l’ho mai visto, mai descritto, è colpa tua, ci ho visto solo te. Ma se tu verrai qui, un giorno, non ti saprai riconoscere”. E invece sono due amori, queste due assenze, (Lia e l’isola) che lo accompagneranno        per tutta la vita.

Marianelli torna in Sardegna nel 1996. Dopo avere rifiutato molte volte. E per nobili, rispettabilissime ragioni. Tornare in Sardegna da vacanziere, mischiarsi ai riti e miti dell’estate come un qualsiasi turista distratto che altro approccio non ha con l’isola se non quello del mare e del divertimento forzato, non era certo da lui. Che in Sardegna ha vissuto ben altre esperienze: e a quelle vuol rimanere fedele, anche ai dolori, alle solitudini, alle sofferenze. Se cede alla tentazione di rimettervi piede è per non commettere un estremo sgarbo alla Sardegna: ancora prima di arrivare scrive: “A me la Sardegna non è passata mai, semmai è stata lei a farmi un po’ suo; è rimasta incarnita nel tempo della mia esistenza”. E infatti... tutto è questo diario del ’96 fuorché resoconto di un vacanziere. I ricordi bellici riaffiorano ogni istante e qualsiasi occasione è buona per ripensare a una situazione, a un aneddoto dei tempi di guerra. Parole, circostanze, persone, o azioni quotidiane banalissime come mangiare o riposarsi danno l’opportunità di risvegliare i “cani dei ricordi”: il diario si intitola significativamente Sardegna come un’insonnia, parafrasando Vittorini.. Sottilissimo modo, a ben vedere, per mettere a confronto due tempi e due epoche irrimediabilmente diverse. Il tempo della penna e il tempo del computer, per dirla con un altro bel racconto in forma di dialogo (tecnica narrativa nella quale è particolarmente versato) di Marianelli. Due epoche distanti ben più dei soli 50 anni certificati dal calendario: e la mostra che tra poco inauguriamo lo testimonia in maniera fedele. E, per chi quegli anni non li ha vissuti, funge da prezioso trait d’union.

Finisco qui di raccontarvi del libro e di due delle possibili chiavi che abbiamo per leggerlo: quella della memoria (della quale ha parlato Marco) e quella della scrittura. E bisogna riconoscere come sia felice la scelta che fatto Marco Massa nell’individuare nella frase citata nell’invito, una dei passaggi più pregnanti (per stile e contenuto) del libro di Marianelli.

Perché noi abbiamo un altra formidabile chiave di lettura e siamo molto fortunati in questo, perché davvero non capita spesso; che è la geografia. Noi conosciamo; di più, viviamo nei luoghi dei quali si parla. E allora possiamo confrontare la nostra Sant’Antioco con quella di Marianelli. Ma vi pregherei di fare attenzione per non cadere nell’errore nel quale sono caduto io alla prima lettura Troppo curioso di vedere come era trattata la nostra isola, troppo ansioso di vedere descritti luoghi nei quali passiamo tutti i giorni. Da qui le mie delusioni iniziali. Poi ho capito che, naturalmente, questo, non è un atlante, ma un libro di letteratura. E allora di ciò dobbiamo approfittare e farne tesoro. In che senso?

Vi leggo due passi da un libro (di letteratura, è un bel romanzo) che racconta la fatica di un frate, Fra Mauro, un cartografo veneziano del 500 vissuto con l’ambizione di disegnare la mappa più precisa del mondo che fosse mai stata realizzata. Non ci riesce naturalmente: e ad un certo punto capisce perché:

“Ciascuno   di noi ha il diritto di parlare delle sue coste, delle sue montagne, dei suoi deserti e nessuna di queste cose è conforme a quelle di un altro. Uno per uno siamo tutti obbligati a tracciare la geografia della nostra terra natale, del nostro spazio o del nostro podere. Incisa nel cuore portiamo la mappa del mondo così come io conosciamo.

Quindi cominciamo a rivestire il mondo delle impressioni che abbiamo vissuto. Che splendore abbacinante! Quelle impressioni riescono a sollevarsi al di sopra di tutte le conoscenze preordinate che crediamo di possedere. Esse restano libere per sempre, giacché non potremo mai inglobare il loro destino nel nostro. La mappa che tracciamo finisce per essere una rappresentazione di queste impressioni. (...) Mi rendo conto ora che il mondo non é reale se non nella maniera in cui ciascuno di noi vi imprime la propria sensibilità”. (J. Cowan, Il sogno di disegnare il mondo, Milano, Rizzoli, 1998. pagg. 167-68).

Ecco in che senso dobbiamo ricevere e leggere il libro di Marianelli. Osservare le sue impressioni e, se possibile, raccoglierle dentro di noi. La Sant’Antioco di Marianelli é diversa da quella che ognuno di noi ha nel cuore e vive. Ma, anche grazie alle esperienze di Marianelli possiamo aumentare la nostra capacità di guardare alla nostra isola. Per quanto mi riguarda, io mi tengo stretta una splendida definizione che ne da Marianelli a un certo punto. La chiama “isola di sogni pietrosi”. E sarà che ci sento il foscoliano “baciò la sua petrosa Itaca Ulisse” (e forse l’avrà tenuto a mente anch’egli), ma mi sembra, per motivi ovviamente diversi tra Marianelli e me, oggi più che mai azzeccata come definizione.

Concludo. Andando fuori tema. E dicendo che il nostro compito di cittadini é fare sì che anziché con sogni pietrosi abbiamo a che fare con sogni realizzabili. Impegnarci, per esempio, per far sì che quella di lasciare la nostra terra, come sta capitando ad un numero purtroppo sempre più alto di giovani, debba essere una gioiosa e consapevole possibilità, e non, come mi pare stia succedendo, una dolente necessità. E per svolgere questo difficile, difficilissimo compito formulo l’augurio e la speranza che i nostri amministratori promuovano sempre più occasioni come questa. Che gettino le basi per una attenzione rinnovata verso biblioteche e libri e musei e archivi e mostre. Investimento che richiede tempi 1unghi e forse anche il rischio di essere impopolari e controcorrente: ma uno dei pochi, a mio giudizio, capace di dare frutti sicuri e in tutti i campi. Investire nella crescita culturale è il primo passo per crescere in tutti gli altri settori.

Il nostro compito di lettori del libro di Marianelli, invece, è quello di far sì che anche una sola piccola frase come quella che ho appena citato entri nel nostro repertorio, che attraverso gli occhi dello scrittore arricchiamo la nostra esperienza di definizione del nostro stesso territorio. Che è poi il compito proprio della letteratura: condividere le sensazioni, le impressioni. gli stati d'animo. Diventare patrimonio comune, offrire delle possibilità in più e tramandarsele nel tempo.

 Marianelli ha avuto da S.Antioco (fosse anche solo una vita interiore) questo par di capire dai suoi diari sulcitani; oggi con questo libro inizia a restituire. Credo che se ciascuno di noi saprà ricevere e fare proprio, anche in piccola parte, il dono “letterario” che ci fa Marianelli, lo scopo del suo libro potrà dirsi raggiunto.

  16.10.99                                                                                                                Stefano Salis

Percorso Mostra