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Ricordi di un'isola Marianello Marianelli sul filo della memoria

Questo è un consiglio per gli acquisti in libreria. Una raccomandazione di lettura. La storia comincia nel 1943 in Sardegna, isola di Sant'Antioco.

Marianello Marianelli è uno dei tanti militari che l'armistizio blocca in Sardegna. La sua famiglia è rimasta in Toscana: non soltanto al di là del mare, ma soprattutto al di là della linea che presto dividerà l'Italia in due pezzi. C'è Lia, la bambina di pochi anni, che il tenente Marianelli ha appena fatto in tempo a vedere. Così, fra quel disperato settembre del '43 e l'agosto del '44, quando riuscirà a tornare a casa, tiene un diario che è, in realtà, un lungo solitario colloquio con l'immagine lontana di quella bambina. Da quel 1944 Marianelli non torna più in Sardegna. Sarà direttore di Istituti Italiani di cultura all'estero (Amburgo gli è rimasta nel cuore), diventa professore conosciuto e stimato di letteratura tedesca all'Università di Pisa. Da qualche anno man mano che si avvicinava il tempo del riposo accademico, ha cominciato a scrivere di fiction. Nel 1996 i figli, che da anni vengono in Sardegna con gli amici, riescono a trascinarci anche lui. L'agosto è, in Sardegna, il più crudele dei mesi: o, almeno, il più ingorgato. Il «riconoscimento» dell'isola, il recupero delle memorie è reso più complicato, per il professore pisano, dall'affollamento turistico. Gira per la Sardegna, cercando di ritardare il momento in cui arriverà a Sant'Antioco. Che certo, quando la vede, è assolutamente irriconoscibile da quella di un tempo. C'è, nel suo diario di viaggio, anche un colloquio con il santo che dà nome al paese. Che lo scruta dentro e lo rimprovera: «Forse lei ama solamente i suoi rimorsi, compreso magari quello di non avere amato abbastanza questo paese». Da quell'esilio di guerra e da questo viaggio estivo è nato un libretto delizioso, destinato ad entrare, secondo me, fra i classici della letteratura di «scoperta» della Sardegna. Avrei una qualche obiezione per il titolo, «Ricercare a due voci» (l'editore è l'Aktis di Piombino, 104 agine, 15 mila lire). Ma il testo è di eccezionale levità. Remo Ceserani, nella prefazione, dice che Marianelli «non è alla ricerca di redenzioni, anzi si tiene care, fin che può, le sue lacerazioni, ferite, ossessioni». Ma è anche vero che questo grumo di insofferenza, vecchio di cinquant'anni, si scioglie nel ritrovamento dell'isola, raccontata nella seconda parte. E anche la prima parte, «Memoriale di Lia», è ricca di notazioni sulla varia umanità di soldati e di persone che si muovevano nel piccolo mondo della Sant'Antioco di allora. Naturalmente Marianelli conosce tutto quello che si è scritto sulla Sardegna, soprattutto i «classici» del viaggiare nell'isola. Ma più che Vittorini e Lawrence, il suo libro-guida è piuttosto «Am Sarazenenturm» di Junger, che oltre tutto si svolge negli stessi suoi luoghi. Ma nella seconda parte ci sono tanti altri luoghi di Sardegna, da Alghero a Bosa, da Saccargia al Poetto, tutti coinvolti in questo ritrovamento dell'isola che è anche, alla fine, un fascinoso ritrovamento di sé. Leggere per credere. 

Manlio Brigaglia - La Nuova Sardegna — 29 marzo 1999   pagina -1   sezione: CULTURA

Il libero volo del grifone in una «t-shirt»

A questo punto ho visto qualcosa che nel dirupato scenario di quella costa si vede ogni giorno, ma è apparso a me come un prodigio. Ho visto da un basso costone svettare e salire dal mare nell'alto del cielo, proprio di fronte a me, quasi per me, un avvoltoio grifone. L'apparizione di quel maestoso dalle enormi ali rossicce era ai miei occhi qualcosa di molto meno e molto più di un simbolo, qualcosa di personale, un segno augurale, di una svolta nella mia vita. Quel libero suo veleggiare, tuffarsi, impennarsi sul paesaggio rendeva libero anche me stesso, finalmente libero di librarmi _ pensare come volare _ su tutto il paesaggio sardo dei miei pensieri. Io non avevo bisogno di comprare ricordi della Sardegna, eppure ho avuto un vero colpo di fortuna, se può chiamarsi solo fortuna, a trovare in un negozio, proprio stasera, una di quelle magliette o T-shirt bianco avorio, pari collo e sovrabbondanti, che sono un po' la divisa di ordinanza, quest'anno, fra i ragazzi. Stampato sul davanti, sotto la scritta «Io vivo in Sardegna» c'era un grande grifone, giusto come quello, vivo e miracoloso, che qualche ora prima mi era apparso nel cielo. Spero soltanto _ ha detto la consorte scrutandomi sopra gli occhiali _ che tu non vada in giro per la città con codesta roba addosso, alla tua età tenerissima. «Papà ha l'età giusta», puntuale è arrivata la difesa d'ufficio di mia figlia, «per fregarsi di quello che dice la gente». Non mi andava di spiegare per quali complicate e felici ragioni io ero la persona che aveva più diritto di chiunque al mondo di portare proprio quella maglietta».

Manlio Brigaglia - La Nuova Sardegna — 29 marzo 1999   pagina -1   sezione: CULTURA

 

Sant’Antioco ieri e oggi 

Due facce della stessa meda­glia, una sola storia. Vera. Descritta con due chiavi di lettura diverse, unite dal lungo filo d’Arianna della memoria.

La prima triste e lirica, racconta­ta man mano che veniva vissuta; la seconda sull’onda dei ricordi che af­fiorano nella realtà di oggi, ma anche so­vente la vincono e vi si sovrappongono.

Una storia di per sé singolare e degna di essere conosciuta; ma che assume un significato particolare per noi sardi, e sulcitani in special modo.

A viverla e raccontarla è stato Marianello Mananelli, toscano DOC, Ufficiale dell’Esercito di stanza a Sant’Antioco nel ’43-’44. Il filo di Arianna è lungo più di cinquant’an­ni, durante i quali il protagonista ha vissuto, lavorato e si è distinto all’e­stero (Germania) e in Italia (letteratura tedesca all’Università di Pisa); ma ha accantonato emozioni e ricordi del periodo sardo nel fondo della memoria.

La memoria gli ha giocato, però, un tiro mancino. Complici forse i cromosomi che legano i “maledetti toscani” ai studi taciturni e tenaci. Non contento di essersi innamorato della Sardegna e non volendo ammet­terlo, ha relegato l’anno ’43-’44 ricavandovene sopra cinquantadue. Si­no a quando - dice lui - amici e parenti lo hanno convinto a una vacan­za nell’isola, alla conclusione della quale è seguito il libro “Ricercare a due voci” pubblicato a Piombino nel 1998 da “Aktis Editrice”.

La prima delle due voci è un dia­no tenero e appassionato di un gio­vane ufficiale innamorato della sua bambina neonata e lontana. Lui a Sant’Antioco, triste come soltanto un giovane padre sa essere; lei in Tosca­na con la madre. La seconda è, in ap­parenza, un racconto della Sardegna oggi. In realtà un continuo riapparire di scene e persone del periodo belli­co. Qualsiasi fatto banale lo riporta al pensiero dominante.

Alghero: Agosto 1996. Una son­tuosa colazione al self-service in un lussuoso albergo il cui pavimento si apre d’improvviso e tutto sprofonda. Al suo richiudersi la scena cambia: c’è uno spiazzo sterrato, una fila di soldati e gavette in quel di Santadi, in attesa di un rancio magro e scarso.

Le visite attraverso la Sardegna continuano: Alghero, Sassari, Bosa, Anghelu Ruju, Saccargia. Tutti luo­ghi suggestivi visitati con interesse pieno di notazioni puntuali e scrupo­lose: chiese soprattutto, ma non solo. E sempre riemergono gli anni della guerra, la povertà e il tracoma negli occhi dei bambini sulcitani.

La storia volge al termine. Come la falena attratta dalla luce, il prota­gonista vola sempre più vicino ai luoghi della sua gioventù in grigio­verde. Dapprima con la fantasia, si­no a giungervi fisicamente. Solo. Non più parenti, né amici, né seguito. Sen­za la moglie né la figlia che pure da quei luoghi aveva evocato e invoca­to in tracce profonde del suo diario.

Girovaga nella Sant’Antioco odierna trasformata, riconducibile a quell’antica solo in alcuni siti ben conosciuti (scavi archeologici - og­gi museo archeologico comunale -, ­chiesa) per i quali l' autore dichiara nel suo libro con un immagine sug­gestiva “di aver in una di quelle ur­ne o i pignatte nascosto i sogni di allora”. In chiesa durante un collo­quio col Santo Patrono lamenta che “la sua rimpatriata è stata quasi un dialogo tra sordi”.

Pronta e pungente la risposta del Santo: “Cosa pretendevi da questo paese? Che per i tuoi begli occhi miopi fosse rimasto come cinquanta anni fa? So dal tuo cappellano di al­lora che a te piace commettere pec­cati di tristezza. Ebbene io ti assolvo di tutti i tuoi peccati di tristezza pas­sati e presenti. Invece di girovagare per la necropoli a fare il tombarolo delle tue malinconie, scendi verso il lungomare e vai tra questa brava gente che ha rifatto Sant’Antioco bella come non mai”.

Congedato dal Santo con un au­gurale “bene vibas” e fatta pace con lui, sulla via del ritorno, da un basso costone ecco salire dal mare un av­voltoio grifone. L’autore lo interpre­ta nel suo simbolo di libertà come un segno augurale, una svolta della sua vita.

Cita lo Junger (autore tedesco grande appassionato di rapaci), del quale con l’italiano Vittorini si è por­tato in Sardegna gli scritti riguardanti l’isola.

Finalmente di ritorno ad Alghe­ro, girovagando per negozi, un vero colpo di fortuna (o vero interesse?): una maglietta con la scritta: Io Vivo in Sardegna, che sovrasta un grande grifone. Questa maglietta l’autore giura che la indosserà perfino nella bara.

Una gita a Capo Caccia, padre e figlia soli, conclude la storia.

Nel guardare la figlia che guida sicura sino allo spazio panoramico, l’autore si rende conto di aver tra­scorso con lei un’ora bellissima, ma non la più bella; per ritrovare la qua­le “lei dovrebbe salire all’origine sar­da della mia solitudine, una buona solitudine fatta di nostalgia, non di negazione”.

In un bell’articolo sulla “Nuo­va” del 29/03/99, Manlio Brigaglia ha colto il senso di questo libro.

La storia, ormai finita, avrà un se­guito: la Cooperativa “Studio 87” di Sant’Antioco, che lavora al riordi­namento e valorizzazione degli ar­chivi storici ha preparato una sorpre­sa al Professor Marianelli. Fatti do­cumentati e persone che sono citate nel diario di guerra (prima parte del libro) appaiono nei documenti origi­nali in una mostra che si sta tenendo a Sant’Antioco (è stata inaugurata il 16 ottobre 1999) nei locali del Centro Culturale “Città del Sole” siti in Via XX Settembre, 12.

Un libro da leggere. Una mostra da vedere.

Mario Bazzoni

La Provincia del Sulcis Iglesiente - ANNO IV - N° 77 - 21 Ottobre 1999

 

Marianello Marianelli, un poeta per Sant'Antioco

la Nuova Sardegna — 06 giugno 2003   pagina 07   sezione: CAGLIARI

  SANT’ANTIOCO. A metà maggio è scomparso Marianello Marianelli, docente universitario di letteratura tedesca a Pisa ed Amburgo, che durante il secondo conflitto mondiale fu tenente a Sant’Antioco dal 1943 al 1944. Nato a Ponte a Egola (Pi) nel 1915, ha tradotto diversi autori tedeschi del 1900 e pubblicato articoli e libri legati soprattutto alla sua attività. La breve esperienza sarda segnò in maniera indelebile la sua vita. Durante l’anno di servizio nell’isola sulcitana, era comandante del Battaglione di Difesa Costiera, scrisse un diario dedicato alla figlia Lia, che fu edito nel dopoguerra presso una rivista letteraria, e nel 1998 costituì la prima parte del libro “Ricercare a due voci”.  L’idea era venuta all’autore nel 1996 allorché, dopo oltre cinquant’anni d’assenza, volle rivedere la “sua” Sardegna. Decise allora di riannodare quel dialogo a distanza con la figlia, che aveva cominciato nelle pagine scritte durante la guerra, il cui il filo conduttore era la sua solitudine di soldato lontano dalla famiglia ed in un’isola nella quale questo sentimento era esaltato. Quando scese all’aeroporto d’Alghero, aveva voluto riavvicinarsi a poco a poco alla sua Sant’Antioco, una salva di fuochi d’artificio lo fece ripensare immediatamente ad altri fuochi colorati, quelli dei sanguinosi bombardamenti del 1943 nel Golfo di Palmas e sul nostro paese. Nel 1999 il libro venne presentato a Sant’Antioco in una mostra:”Ricordare a due voci” allestita presso il Centro Culturale Città del Sole, organizzata dalla Cuec e dalla Cooperativa Studio 87. Nel convegno connesso alla mostra, l’autore ebbe modo di riannodare i fili della memoria con quelli che lo avevano conosciuto durante la guerra o con i loro figli.  Nel 2001, per i tipi della Cuec, pubblicò “Dialogo con la Sardegna”, una discussione immaginaria con l’isola ed i suoi autori: Sebastiano e Salvatore Satta, Salvatore Mannuzzu, Antonio Pigliaru, Manlio Brigaglia, Umberto Cardia, Sergio Atzeni ed altri. Marinelli, che si definiva un “sardopatico dilettante”, viaggia sul filo dialettico della grande contraddizione dei sardi di oggi, il conflitto tra la salvaguardia dell’identità culturale, ed il rischio di un suo progressivo annacquamento, la passione di esaltare le proprie radici ed insieme la tensione di essere “al passo con i tempi”. Carlo Floris